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20 Novembre

Augusto, e nulla fù più come prima

Prima del capitalismo, nessuna società fu piú complessa di quella romana. Roma non conobbe lo Stato nella sua forma moderna, ma diede vita a compagini politiche altamente strutturate, che potrebbero anche apparirci con talune caratteristiche di «modernità». È questo il caso dell’impero tardo-antico, che fu in gran parte una creazione di Diocleziano e di Costantino, o del principato, come viene comunemente definito il regime con il quale Augusto sostituí la vecchia e logora repubblica romana. La nascita di nuovi sistemi politici, la creazione di nuove forme organizzative, l’invenzione di nuovi apparati di governo sono tutti fenomeni che rimandano lo storico dell’antichità a una domanda fondamentale: come avveniva il cambiamento in sistemi la cui cultura politica era dominata dal mito della tradizione, del mos maiorum (il «costume degli avi»), come dicevano i Romani? Una differenza basilare tra la politica moderna e quella antica riguarda l’idea di rivoluzione sociale. Nel mondo antico essa non aveva una connotazione positiva. Era oggetto di approvazione soltanto quel sovvertimento che mirasse a ripristinare un ordine precedente, alterato, per esempio, dall’instaurazione di una tirannide. Ma non era assolutamente lecito elogiare l’azione eversiva di chi volesse abbattere un sistema politico accreditato dal tempo. Lo stesso termine revolutio veniva usato a indicare i fenomeni cosmici, non i mutamenti politici, le rotture della storia istituzionale, le alterazioni dei rapporti sociali; per designare questi fenomeni si adoperavano invece termini come seditio o tumultus, il cui risvolto negativo è fin troppo evidente. Cosí, quando i gruppi tradizionalisti volevano gettare discredito su un avversario che sosteneva una politica filopopolare e che voleva magari introdurre qualche riforma istituzionale, lo accusavano di voler «turbare la concordia degli ordini » oppure di «tramare cose nuove». Nel peggiore dei casi, lo calunniavano dicendo che egli aspirava segretamente alla monarchia: accusa gravissima, che solitamente preludeva al suo annientamento fisico.

Fazioni non partiti

Altra differenza importante tra l’antico e il moderno è l’assenza di partiti politici. Non esisteva il partito inteso come associazione dotata di un apparato stabile, come organismo che mira a realizzare un modello di società (cioè un’ideologia). Esistevano invece fazioni, raggruppamenti fluttuanti di individui accomunati spesso da amicizie, parentele, interessi, clientele, che si mobilitavano a favore di determinati personaggi (il piú delle volte dei nobili) per condurli al potere e sostenerli. Le fazioni potevano ovviamente farsi portatrici di scelte sociali contrapposte, ma la stabilità dell’ordine politico costituito era un valore a cui tutti dovevano dichiarare di ispirarsi. Durante l’ultima fase della repubblica romana, gli schieramenti politici avversi si erano riconosciuti grosso modo in due fazioni, quella degli optimates e quella dei populares. Gli optimates, vale a dire gli «uomini eccellenti» (detti anche boni, «quelli che pensano bene», che sono guidati da «buoni principi») erano coloro che, come per esempio Cicerone, operavano per rafforzare il Senato, per contrastare le rivendicazioni delle masse popolari, per opporsi a tutti quei cambiamenti che potessero alterare gli equilibri sociali ed economici. Populares erano invece quei nobili che, come i Gracchi o come Giulio Cesare, si facevano interpreti delle esigenze delle masse popolari. Favorevoli al ridimensionamento dei poteri del Senato, essi propugnavano la necessità di attenuare lo squilibrio tra ricchi e poveri e di redistribuire la ricchezza mediante la promulgazione di leggi agrarie, le distribuzioni alimentari, la riduzione degli affitti...

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