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17 Marzo

UN MONDO DI SEGNI SCOMPARSI

L’arte fu davvero una creazione primordiale, contemporanea ai primi passi della nostra specie? Oppure rappresenta una forma tardiva di riproduzione della realtà, nata quando l’uomo aveva già ampiamente superato – ed efficacemente risolto – i mille ostacoli materiali alla propria quotidiana sopravvivenza? Ed è legittimo proiettare «intenzioni» artistiche, rituali, spirituali, comunicative – nell’accezione moderna dei termini – a contesti tanto lontani nel tempo come quelli preistorici? Nel tentativo, davvero arduo, di risolvere questi ed altri grandi interrogativi, gli archeologi e i paleontologi che studiano lo sviluppo della nostra specie devono addentrarsi in un mondo remoto, un mondo di segni scomparsi, o quasi. Quello di cui disponiamo sono tracce tanto rare e labili – considerate le enormi estensioni temporali in gioco – da lasciarci dubbiosi e perplessi. Inoltre, e particolarmente se ci riferiamo agli orizzonti piú arcaici, non sempre le categorie da indagare sono immediatamente accessibili alla razionalità odierna: perché, per esempio, i Neandertal di 180 000 anni fa penetrarono nei recessi piú oscuri di una cavità naturale della Francia sud-occidentale, la Grotta di Bruniquel, per spezzarne a centinaia le stalattiti e costruire con esse dei misteriosi recinti in pietra? Cosa avevano in mente le popolazioni tardo-neandertaliane europee che, al volgere del Paleolitico Medio, tagliavano ali e incidevano artigli di avvoltoi, falchi ed altri uccelli, per ricavarne pendenti e ornamenti di piume? Scoperte recentissime, inoltre (come quella avvenuta, durante la lavorazione di questa Monografia, in alcune grotte della Spagna; vedi nelle due foto piccole, sopra il titolo), cominciano a rivelarci un mondo che, sino a pochi mesi fa, sembrava impensabile: gli stessi cacciatori neandertaliani delle fasi centrali dell’ultima glaciazione, i quali, malgrado un aspetto notevolmente diverso, oggi possiamo annoverare tra i nostri progenitori, dipingevano nelle cavità delle grotte complesse figure astratte e profili ben riconoscibili di grandi animali, al pari dei ben piú celebrati artisti della fine del Paleolitico Superiore. Se, oggi, un’ampia gamma di applicazioni scientifiche notevolmente complesse assiste la ricerca archeologica – contribuendo a creare, se non certezze assolute, scenari «storici» che si fanno via via piú concreti – appare chiaro, al contempo, che gli studiosi dovranno procedere con una mente molto piú aperta di quanto non facessero in passato. Con la presente Monografia di «Archeo» accompagneremo il lettore lungo questo arduo, ma affascinante, percorso.

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