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20 Maggio

HOMO LUDENS, FABER, PESTIFER

Immaginate un ragazzino di 10 o 11 anni, di media statura, che, a New York, alzi lo sguardo alla volta delle nubi, cercando di vedere la vetta dell’Empire State Building, a 381 m di altezza: ebbene, il rapporto delle grandezze tra il ragazzo e il grattacielo è pressappoco quello che esiste tra i sette millenni e mezzo passati da quando i nostri antenati – in un enorme teatro continentale che si estendeva dall’Anatolia ai piedi delle montagne dell’Hindukush, tra Afghanistan e Pakistan – iniziarono a fondere il rame, e il tempo trascorso dall’inizio della «vita tecnica» di Homo, cioè dalla comparsa delle prime pietre scheggiate in Africa e dei corrispondenti segni di taglio sulle ossa degli animali scarnificati o macellati, circa 2,5 milioni di anni fa. Proseguendo nella similitudine, nel nostro grattacielo, dall’altezza del banco della reception alla sommità dell’edificio, si celerebbe un abisso temporale durante il quale Homo, almeno in apparenza, non avrebbe fatto altro che cercare radici e carne, e scheggiare – se fossero state disponibili nei pressi del proprio territorio – pietre silicatiche del gruppo del quarzo, per ricavarne margini di taglio. Lo scenario storico (perché di storia dobbiamo comunque parlare) sarebbe quindi quello di sparute bande di Ominidi, ancora coperti di pelame e incerti sul da farsi, che, per oltre 1 milione di anni, avrebbero ciondolato tra savane e sponde lacustri invocando la fortuna di imbattersi in un ippopotamo decomposto da contendere tra urla, fughe e sassate alle iene.

In realtà, questo immaginario un po’ deprimente corrisponde a una nostra profonda e persistente ignoranza sulla vita degli Ominidi che si diffusero prima delle forme umane moderne. Un esempio? Nel 1948 l’archeologo statunitense Hallam Movius (1907-1987), un bel mattino prese un righello e tracciò su una carta geografica una linea obliqua che correva da nord-ovest a sud-est, lungo il margine settentrionale dell’India. Quella linea separava una parte del mondo – Africa, Europa e India – molto ricca di amigdale (le pietre scheggiate su due lati a forma di mandorla, tipiche del Paleolitico Inferiore) dal resto dell’Asia, in cui, al contrario, si trovavano solo ciottoli infranti e schegge informi. La separazione è in qualche modo corretta, anche se la linea immaginata da Movius, col progredire delle esplorazioni, è divenuta un’ipotesi sempre meno sostenibile, trasformandosi in una complicata linea curva.

Ma mentre molti interpretarono la differenza in termini razzisti, facendone la prova di una presunta arretratezza delle popolazioni preistoriche dell’interno dell’Asia, altri (tra cui chi scrive) pensano che le amigdale siano solamente i nuclei super-sfruttati dai quali si ottenevano le schegge per tagliare, e non strumenti intenzionalmente fabbricati. La forma a mandorla o goccia affilata, infatti, rappresenterebbe per varie ragioni la soluzione piú razionale per lo sfruttamento integrale della pietra, e non la realizzazione mentale di un’idea di simmetria. Le amigdale rifletterebbero, quindi, solo la rarità della materia prima e la necessità dei gruppi di cacciatori di spostarsi su distanze sempre crescenti, risparmiando il piú possibile la selce; mentre a nord della linea di Movius l’abbondanza di pietre silicatiche ne permetteva uno sfruttamento piú «spensierato» e certamente meno programmatico. La questione può sembrare sottile, ma se la seconda ipotesi fosse quella giusta, si dovrebbe riscrivere buona parte dei manuali di preistoria esistenti.

Le prime rivoluzioni

Saltando molto avanti nel tempo, dovremmo pensare che tutto ebbe, quindi, inizio dal metallo fuso? La luminescenza dorata del rame improvvisamente apparsa nei crogioli degli artigiani intorno al 5500 a.C. si accende, quasi simbolicamente, a metà tra quelle che il grande archeologo preistorico Vere Gordon Childe (1892-1957) aveva rispettivamente chiamato «Rivoluzione neolitica» e «Rivoluzione urbana». Childe aveva cosí delineato un chiaro legame (sebbene indiretto) tra la rapida invenzione delle economie di produzione del cibo e il sorgere della diseguaglianza sociale, dello Stato e, infine, delle dinastie regali e imperiali dell’età del Bronzo nel Vicino Oriente e nel Mediterraneo orientale. Eppure, come in tutte le semplificazioni storiche, all’efficacia delle spiegazioni si accompagnano debolezze e anomalie scientifiche che, a lungo andare, e dopo sessant’anni di nuove ricerche archeologiche, si fanno sempre piú evidenti. Non appare piú molto credibile che, in un briciolo di tempo recente, comunità umane improvvisamente armate di tecnologie ad alto impatto ambientale si siano scagliate sulle immense e intatte risorse di questo pianeta, esplorandone ogni potenzialità, da quelle delle pietre e delle argille all’elettricità e al nucleare, in un parossismo di creatività inedita e quasi feroce. I miei corsi sulla storia delle tecnologia antica iniziano sempre con queste frasi: «In linea di massima, e ai nostri scopi, non esistono “tecniche primitive”; ogni tecnica umana è adattata a un ambiente socio-tecnico ed è affinata da milioni di anni di esperienza». E all’inizio dobbiamo porre il vero protagonista di questa narrativa, il fuoco. Mentre il focolare «strutturato» (cioè preparato e fornito di una sponda frangivento) piú antico che si conosca è stato scoperto da un altro padre dell’archeologia preistorica, André Leroi-Gourhan (1911-1986) in quello che oggi è il centro di Nizza (Francia), le frontiere dell’invenzione e dello sfruttamento del fuoco si spostano in quinte cronologiche che si fanno sempre piú remote....

Massimo Vidale

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