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UN PONTE PER IL LIBANO

CHUD è l’acronimo per Cultural Heritage and Urban Development, un programma nato nel 1999 da un’iniziativa congiunta della Banca Mondiale, la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo (facente capo al nostro Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale) e il suo equivalente francese, l’Agence Française de Développement (AFD). Il programma ha il fine di promuovere il recupero e lo sviluppo (sul piano strutturale e su quello delle infrastrutture economiche) di cinque centri storici del Libano: Baalbek (nella valle della Beqaa), Tripoli, Biblo, Sidone e Tiro (tutte città sulla costa mediterranea). Non credo sia necessario sottolineare ai nostri lettori la rilevanza storica e culturale dei centri appena elencati… Il progetto – finanziato con iniziali 70 milioni di dollari, a cui si sono aggiunti altri 50 in seguito a un recente accordo tra governo libanese e Banca Mondiale – mira in particolare «al recupero dei centri storici e alla conservazione e presentazione dei siti culturali e alla incentivazione dei proventi derivanti dal turismo, al fine di garantirne alla popolazione sia l’uso positivamente sostenibile sotto l’aspetto economico sociale e ambientale, sia la loro conservazione e trasmissione alle generazioni future contrastando il degrado ambientale e la distruzione delle risorse non rinnovabili».

L’Italia svolge un ruolo indipendente - anche se integrato - nel programma CHUD, con uno stanziamento di 10,8 milioni di euro destinato a un insieme di tre diverse tipologie di interventi. La prima elabora (insieme agli urbanisti libanesi) le linee guida per la pianificazione e la salvaguardia dei suddetti centri storici, la seconda affronta piú specificamente il recupero di alcuni elementi tipici dell’urbanistica locale, quali i caravanserragli di Baalbek e Sidone, la terza, infine, riguarda esclusivamente aspetti archeologici: gli interventi nel santuario di Giove Eliopolitano a Baalbek (e che riguardano il tempio di Giove, quello di Bacco, i Propilei, la corte e il muro perimetrale), il restauro e la messa in sicurezza di alcune importanti parti dei due siti archeologici di Tiro (l’area di Al Mina, un tempo insulare e che ospita i resti dell’antico porto e quella di Al Bass, con la vasta necropoli fenicia e il celebre ippodromo romano), il consolidamento del Castello di Terra di Sidone. Abbiamo visitato i luoghi in cui operano i nostri archeologi e siamo tornati con la ferma convinzione che la cooperazione debba lavorare proprio in questa direzione: per «costruire, difendere o ricostruire ponti» come suggerisce Giandandrea Sandri nell’intervista a p. 45. E per ricordare al mondo l’immenso potenziale di bellezza e di conoscenza di un patrimonio culturale, uscito miracolosamente indenne da anni di conflitti bellici, e in attesa di essere riscoperto.

Andreas M. Steiner

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