In edicola dal 8 Giugno

SCHIAVI DI TUTTO IL MONDO...

Da qualche anno, Pompei vive una stagione di autentica rinascita, in grado di attenuare l’immagine di degrado e desolazione che l’aveva inesorabilmente segnata nei decenni precedenti. Di questa inversione di tendenza (che non cancella, attenzione, il ricordo delle tristi vicissitudini passate) i nostri lettori sono aggiornati, mese dopo mese, attraverso la rubrica «All’ombra del vulcano»: in essa diamo puntuale resoconto delle iniziative di scavo, restauro e riapertura al pubblico di ampie aree del piú celebre sito archeologico del mondo. Vale ricordare che questa nuova vita di Pompei, ora scandita da ritmi propriamente «cittadini», è stata premiata dalla presenza, nel 2016, di oltre tre milioni di visitatori. Quello, però, di cui non abbiamo ancora potuto rendere conto è l’intenso ripensamento a cui la storia piú antica della città è stata sottoposta, nel corso di questi ultimi anni, da parte degli studiosi (archeologi e storici) che a essa si sono dedicati. A illustrare e diffondere questo lavoro invisibile giunge ora la mostra «Pompei e i Greci», allestita nella Palestra Grande dell’antica città e accompagnata da un fondamentale catalogo. Gli ambiti e i temi affrontati sono affascinanti, soprattutto perché rispondono a interrogativi emersi da nuove prospettive metodologiche ed epistemologiche. Nello Speciale di questo numero, Massimo Osanna, soprintendente di Pompei, afferma che la mostra non intende raccontare «un incontro ideale con un mondo vagheggiato, l’Ellade», pur riconoscendo l’esistenza, nella città vesuviana, di una «nostalgia del mondo greco»; mira, invece, a individuare la piú antica «identità» di Pompei, città non fondata da Greci (come è il caso delle vicine Neapolis o Poseidonia), eppure cosí simile alle colonie della Magna Grecia. In che cosa consiste, allora, lo «specifico pompeiano»? Gli elementi che concorrono a delinearne la fisionomia suggeriscono di abbandonare categorie interpretative chiuse («l’identità»), a favore di una visione piú ampia, mobile, Pompei appare, cosí, come un luogo in cui le culture sfumano le une nelle altre. E dove «l’intreccio di somiglianze e differenze» (secondo l’espressione dell’antropologo Francesco Remotti) dischiude l’accesso a quell’area di condivisione che chiamiamo «cultura».

Andreas M. Steiner

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