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ANNIVERSARI

È il dicembre dell’8 d.C. quando Publio Ovidio Nasone affronta la fatica del viaggio – via terra e via mare – che, dopo mesi, lo porterà ad approdare sulla costa occidentale del Mar Nero, dove sconterà l’esilio al quale lo ha condannato l’imperatore Augusto. Pare che già durante il lungo tragitto abbia scritto gli undici distici che compongono il primo dei cinque libri delle elegie dei Tristia. Questi, insieme ai quattro volumi delle «lettere dal Mar Nero», riuniscono, in un centinaio di versi, la disperazione del poeta di fronte alla prospettiva di un’esistenza destinata a concludersi in un luogo «alla fine del mondo». Generazioni di lettori, e piú di qualche esule, si sono identificati con il destino del poeta, rimanendone inesorabilmente affascinati. Di straordinaria attualità sono, poi, le Metamorfosi, il capolavoro di Ovidio, completato poco prima dell’esilio: «di tutte le dicotomie con cui gli uomini cercano di comprendere se stessi, la piú antica – e forse piú profonda – è rappresentata dal contrapporsi del mito dell’immutabilità (stasis) a quello della trasformazione (metamorphosis). L’immutabilità, ovvero il sogno dell’eternità, di un ordine rigido applicato a tutte le vicende umane, è il mito preferito dai tiranni; il cambiamento, ovvero la consapevolezza che non esiste nulla che mantenga la propria forma, è la forza motrice dell’arte». Con queste parole, lo scrittore Salman Rushdie descrive, rendendolo universale, il conflitto tra il «tiranno» Augusto e il poeta Ovidio. E talmente «scandalosi» risultano, ancora oggi, certi miti a sfondo sessuale narrati nel poema epico-mitologico, che alcune università britanniche e statunitensi, nel rispetto dei promotori degli gender studies, fanno precedere la lettura delle Metamorfosi dall’avvertenza che il loro contenuto potrebbe risultare «lesivo dell’identità psichica». Della contemporaneità di Ovidio ci parla Roberto Andreotti (vedi alle pp. 66-80), in occasione del bimillenario della morte del grande poeta. Vorrei, infine, concludere questo editoriale di fine anno ricordando un altro, diverso, ma nondimeno importante, anniversario: nel 1217, infatti, sbarcarono ad Akko, l’antica San Giovanni D’Acri, i primi frati francescani. Degli ottocento anni di presenza francescana in Terra Santa ci racconta una piccola ma raffinata mostra allestita alla Biblioteca Braidense di Milano (fino al 23 dicembre). E di alcuni, recentissimi risultati ottenuti grazie all’instancabile lavoro dei «frati archeologi» attivi nel Vicino Oriente, ci parla invece Renata Salvarani (vedi alle pp. 22-24). Buona lettura, allora. E i nostri migliori auguri per il Natale e l’Anno Nuovo!

Andreas M. Steiner

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