In edicola dal 9 Gennaio

MESSAGGI DALL’ALDILÀ

Dieci anni fa fummo i primi a presentare al pubblico italiano i risultati di quella che – ancora oggi e forse a maggior ragione – potremmo definire la scoperta del secolo: i monumentali circoli di pietra rinvenuti a Göbekli Tepe (la «collina panciuta») nelle campagne intorno alla città di Urfa, in Anatolia sud-orientale. L’impressionante teoria di pilastri scolpiti a forma di «T» e recanti raffigurazioni animali – scavati dall’archeologo tedesco Klaus Schmidt a partire dagli anni Novanta – fece subito breccia nell’immaginario occidentale, ancora reduce, forse, delle suggestioni esercitate da un’altra stele, quella protagonista del film di Stanley Kubrick 2001 Odissea nello Spazio, del 1968: un singolare caso di vera science fiction, rivolto, in questo caso, al passato. Similmente alla misteriosa intelligenza creativa della stele cinematografica, anche quella delle sculture riunite nei circoli di Göbekli Tepe stenta a rivelarsi nel suo significato piú profondo. È la sorte comune, si sa, a tutte le manifestazioni monumentali e artistiche della preistoria, inesorabilmente destinate a concedersi, unicamente, a suggestioni e ipotesi, difficili – se non impossibili – da verificare. Eppure, gli interrogativi circa la funzione di questi «primi templi» dell’umanità e del significato racchiuso nelle fantastiche (talvolta in senso letterario) decorazioni animali continuano a rappresentare la principale sfida per archeologi e storici delle religioni: nell’articolo di apertura di questo numero, riferiamo di recentissime indagini che aprono uno spiraglio su quello che – con termini convenzionali – chiamiamo il «contesto sociale, religioso e rituale» di questa comunità preistorica. A una seconda ricerca, eseguita su alcune particolari raffigurazioni incise sulle stele, possiamo qui solo accennare. Due archeologi della missione di Göbekli Tepe – Jens Notroff e Oliver Dietrich – sono partiti da un’osservazione a suo tempo fatta notare da Klaus Schmidt: ovvero che le immagini di gru, ripetutamente raffigurate sulle stele, sono tutte caratterizzate da una particolare incongruenza anatomica che riguarda le zampe degli uccelli, la cui curva – all’altezza del ginocchio – è simile a quella di una gamba umana; è piegata in avanti, mentre le zampe degli uccelli sono piegate all’indietro. Escludendo l’eventualità di un errore da parte dell’artista preistorico (tutti i tratti anatomici degli animali raffigurati sono resi con estrema accuratezza), Notroff e Dietrich ipotizzano la possibilità che le zampe delle gru fossero, effettivamente, umane, suggerendo cosí l’eventualità di un «travestimento» rituale. Gli antichi frequentatori del santuario di Göbekli Tepe, addobbati come uccelli e impegnati in rituali danze collettive, a imitazione delle danze di accoppiamento delle gru? È solo un’ipotesi. Ma potrebbe essere uno dei numerosi messaggi in codice tramandatici da quel mondo dell’aldilà che è la preistoria.

Andreas M. Steiner

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